6\7\2016, AMB COMPIE DUE ANNI!

Oggi, 6 luglio 2016, ricorre il secondo anniversario della nascita di AMB, la nostra Associazione Forense Nazionale e il Sodalizio di tutti gli Avvocati vessati da norme scriteriate ed illegittime, varate da un governo di non eletti con metodi che, con un eufemismo, definirei oltremodo «discutibili». Due anni fa è iniziato un percorso finalizzato a guadagnare la salvezza degli studi legali più fragili, ovvero quelli contrassegnati dalle capacità reddituali medio-basse, contrapposti a quelli più forti, potenti ed opulenti.

Volevano inculcarci il rimorso della delusione persuadendoci di essere poveri perché incapaci. AMB si è ribellata a questa sottile e odiosa violenza psicologica dimostrando con i fatti e ricostruendo storicamente il percorso normativo che ci ha scaraventato in questa penosa situazione; sventando l’esistenza di un disegno criminoso diretto a sterminarci professionalmente e ad affidare il servizio giustizia a privati senza scrupoli che intendono gestirlo come businness, per cui solo chi potrà pagare avrà giustizia mentre gli altri avranno la scelta tra il subire ogni prepotenza o farsi giustizia da sé.

Naturalmente, la nascita della nostra Associazione non è piaciuta a chi, fino a quel momento, stava lavorando indisturbato per la nostra fine, per cui non sono mancati attacchi personali e colpi bassi… ma noi non abbiamo nessuna intenzione di fermarci e non permetteremo a nessuno di porre fine al nostro anelito di libertà e democrazia. Abbiamo studiato quali mezzi potessero essere efficaci e, accantonando man mano quelli che in quel momento sarebbero risultati perdenti, deciso di intraprendere una lotta politica e giudiziaria mettendo a frutto la nostra preparazione giuridica e scientifica.

Diverse iniziative sono ancora in corso e, da ultimo, vogliamo ricordare il ricorso al Tar Lazio contro l’iniquo regolamento di continuità professionale, ancora sub iudice. Il programma di sterminio professionale degli Avvocati, posto in essere da una oligarchia di tirannosauri (in taluni casi anche antropofagi) prosegue, ma da quando AMB è stata costituita si è verificato un cambiamento: i nostri detrattori non agiscono più indisturbati perché ormai siamo e ci vedono come il ramoscello che si pianterà nelle loro fauci e li affogherà. Siamo un seminario di idee e di fiducia da cui un gran numero di colleghi trae e trarrà giovamento grazie al lavorìo continuo e instancabile di pochi.

Troppi fra noi si sentivano delusi e falliti: il nostro intervento ha ridato fiducia a chi l’aveva già persa e ai tanti che stavano per cedere. Il nostro lavoro continuerà e le azioni di lotta saranno sempre adeguate al momento storico e alle risorse che avremo a disposizione. Tutto questo è stato possibile e potremo continuare a lottare grazie alla collaborazione e al sostegno morale, collaborativo ed economico di tutti voi perché AMB «è» l’Avvocatura economicamente medio-bassa. Buon anniversario Presidente Fulvio Pironti e i membri tutti del Direttivo nazionale! Buon anniversario a tutti i Colleghi di AMB!

Avv. Pasqualina Ortu

Vicepresidente Associazione Forense Nazionale AMB

TROPPI AVVOCATI

Negli anni ’20 gli avvocati italiani erano 25.000 (venticinquemila) su una popolazione di circa 35 milioni di persone: quindi – usando la matematica come una clava – c’era un avvocato ogni 1.400 persone, mediamente. Mica come oggi, che ogni 300 persone c’è un avvocato. Mancavano tuttavia all’appello:

– la Costituzione;
– le grandi ed importanti leggi sul lavoro;
– le importantissime modifiche in materia di diritto di famiglia;
– le leggi che tutelavano l’accesso delle donne al mondo del lavoro e alla vita sociale;
– le rivoluzioni sociali date dall’avvento dell’automobile e la legge sulla assicurazione obbligatoria;
– il prolungarsi della aspettativa di vita e la introduzione di importanti istituti come l’amministrazione di sostegno;
– la diffusione capillare della proprietà privata;
l’accesso del piccolo risparmiatore al sistema bancario;
– il diritto condominiale diffuso su tutto il territorio italiano;
– il boom economico degli anni ’50 e la piccola e media industria.

E tanto, tanto altro. Siamo troppi? O ci sono troppi furbi in giro che si sono preso tutto, e non vogliono mollare nulla? Siamo troppi? Anche 25.000 avvocati nel 1920 erano troppi. Secondo me sono troppi quelli che pensano di essere più furbi degli altri. Ma non è così: il cervello lo abbiamo tutti.

Avvocato Giuseppe Caravita di Toritto
Uno di duecentocinquantamila

GIUSTIZIA SENZA PROCESSO, O GIUSTIZIA SENZA STATO?

Non esiste alcuna forma di giustizia senza processo. La questione è di una sconcertante semplicità: per avere giustizia, come per ottenere qualsiasi risultato in qualsiasi settore, occorre seguire un «processo» cioè un procedimento: produttivo, scientifico, logico, e chi più ne ha metta. Il processo è semplicemente il progredire di una serie di azioni, che – una volta compiute – ne escludono altre, sino ad arrivare ad una risposta. Il problema, è, quindi, mal posto. Occorre affermare con forza che lo Stato ha fallito – nel settore Giustizia come in tanti altri settori – il suo compito. Il processo così come organizzato dallo Stato italiano è una burla, una farraginosa macchina obsoleta, piena di pezze a colori, di estrose invenzioni che servono a gettare fumo negli occhi della pubblica opinione. Lo Stato italiano non garantisce più la tutela giurisdizionale dei diritti. E gli Avvocati, quando sono nel processo statale, fanno parte di quel farraginoso meccanismo del quale nessuno conosce il motivo per cui sta ancora in piedi.

La Giustizia fuori dello Stato. Arbitrati ad hoc, arbitrati amministrati, arbitrati irrituali, mediazioni possibilmente assolutamente libere e su base volontaria. Allo Stato si lasci il compito di ritrovare il bandolo della matassa, di riorganizzare la propria macchina della giustizia, atteso che noi ne abbiamo anche altre a disposizione. E quando questo sarà successo, e avremo una macchina statale della giustizia degna ed efficiente, si dica chiaro e forte che questa macchina si può e si deve occupare solo delle questioni rilevanti di diritto, delle questioni complesse, della tutela dei diritti non comprimibili. Tutto il resto va fatto in altre sedi: e gli Avvocati devono essere protagonisti su ogni fronte.

Avv. Giuseppe Caravita

SUB SPECIE VERITATIS

cordoniera-rossaLEXSulla «vexata quaestio» legata all’ambito delle agevolazioni di cui agli articoli 7 e 9 del Regolamento per l’attuazione dell’art. 21 commi 8 e 9 della L. 247/2012 si giocano le sorti dei «piccoli» avvocati come me, che non giungono a superare la famosa soglia dei 10.300 euro annui e che quindi sono stati inseriti, sol per avere una anzianità professionale maggiore dei periodi agevolativi concessi dal Regolamento, in un sistema previdenziale che sembra accoglierli, ma che poi in pratica li respinge perché li priva dei frutti dei loro già magri profitti.

Secondo quella buona fede che deve giustamente trovare albergo nei nostri cuori prima ancora che nelle nostre menti, occorre domandarsi – prima di ogni cosa – quale significato possa mai nascondersi nell’enigmatica frase contenuta nel comma 9 dell’art. 21: «La Cassa Forense determina i minimi contributivi dovuti nel caso di iscritti senza il raggiungimento di parametri reddituali». I «veterani» come me sanno bene che Cassa Forense , sin dagli anni ottanta, quando nacque la legge 576, chiedeva comunque agli iscritti «minimi contributivi», cioè in pratica un importo fisso, al quale poi aggiungeva un contributo maggiore nel caso di superamento di determinati parametri reddituali.

Quindi, alla luce di tale elementare considerazione, la frase parrebbe dunque ancora più enigmatica, perché non si capisce quale possa essere mai l’utilità di una regola che indica, almeno in apparenza, un criterio reddituale da sempre seguito dalla celebre Fondazione, sia pure caratterizzato, nel tempo, da una costante elevazione che, da «minimi» di cerca trecentomila delle vecchie lirette, è giunto ormai quasi al valore corrispondente in euro degli otto milioni della moneta di vecchio conio…

Può soccorrere l’esegesi letterale nella decifrazione della volontà del legislatore? Certamente no. E’ però proprio questo il non facile percorso richiesto all’organo delegato, il quale certo non si è voluto sottrarre alla necessità di interpretare tale norma primaria. Tutto quanto è dato comprendere senza troppa difficoltà è solamente il carattere indubbiamente innovativo da riscontrarsi in una norma siffatta, altrimenti decisamente priva di scopo… e noi sappiamo che l’art. 12 delle preleggi al codice civile ci impone di attribuire ad ogni singola norma un suo significato precipuo… In altre parole, se smontate un orologio ma, rimontandolo, avanzano dei pezzi, vuol dire che lo avete rimontato male. Restano pertanto nell’ambiguità, senza una intepretazione costituzionalmente orientata, i termini concreti della portata innovativa che, fuor di ogni dubbio, ha condotto la riforma forense più lontana dalla draconiana cancellazione dall’albo originariamente proposta per i percettori di reddito inferiore ai famosi parametri.

Sembrerebbe infatti che l’organo delegato sia stato lasciato arbitro di applicare sì «minimi cotributivi» ulteriori e diversi rispetto a quelli tradizionalmente concessi, ma questa volta con il potere di scegliere di applicarli solo ai «nuovi» avvocati, escludendo invece proprio quelli che – trascinati coattivamente nel nuovo sistema previdenziale – non potrebbero che cancellarsi dall’albo per sfuggire ad una contribuzione definibile come «minima» solo per i più ricchi, ma in realtà del tutto sproporzionata ai magri guadagni realizzati. Ma questo, a ben vedere, è sicuramente un criterio «nuovo», né previsto né voluto dall’art. 21 della L. 247/2012, sorto in virtù di poteri esercitati dall’organo delegante senza alcuna «base» nella nuova legge primaria ed innovativa, e quindi contrari a quanto dispone l’art. 23 Cost.

Sub specie veritatis, l’unica soluzione è quella di concludere che le agevolazioni imposte dall’art. 21 comma 9 non possano assolutamente essere considerate conformi alla nuova legge innovativa quando concesse ai «giovani» sottosoglia e negate ai «vecchi» sottosoglia che, cancellatosi legalmente da un sistema previdenziale che minacciava di schiacciarli sol perchè meno attivi dei Colleghi, ritornano in pratica ora a subire l’incostituzionale pressione condizionata al basso reddito che persino il vecchio Parlamento «di destra» sembrava aver ripudiato. E tale soluzione consiste nel ritenere che, il dies a quo delle agevolazioni di cui agli artt. 7 e 9 del Regolamento sia l’ultima iscrizione alla Cassa e non l’iscrizione all’Albo (alias «prima iscrizione alla Cassa»), riferimento solo eccezionalemente indicato nell’art. 3 comma 6 e non più ripetuto in nessun altro punto del Regolamento stesso

Avv. Roberto Castellano

UN SECCO NO ALLA MEDIAZIONE OBBLIGATORIA

L’istituto della mediazione obbligatoria si è rivelato un fallimento, un espediente per elaborare statistiche sulla falsa deflazione del contenzioso giudiziario. Un istituto che si aggiunge all’innalzamento dei costi del contributo unificato e del bollo, alle sanzioni processuali anche in caso di impugnazione, per denegare giustizia. La mediazione ha fatto fiorire centinaia di organismi, milioni di euro per corsi cui hanno partecipato con false aspettative e speranze, avvocati già in difficoltà nella speranza di nuove prospettive.

Ancora oggi, anche grazie ad una piccola parte della magistratura, si tende a dare un senso a questo istituto che è una vera e propria contraddizione in termini, come può essere una mediazione obbligatoria? La mediazione può essere e viene svolta dagli avvocati a prescindere dalle imposizioni del legislatore che ha dovuto ammettere che l’avvocato è mediatore di diritto. Sarebbe bastato un verbale sottoscritto dalle parti e dai rispettivi avvocato o uno scambio epistolare per configurare la condizione di procedibilità (come d’altronde ora avviene per la negoziazione), senza creare sovrastrutture e business di contorno. No alla mediazione obbligatoria. 

Avv. Alessandro Moscatelli

AD MAIORA AMB, VOCE LIBERA DELL’AVVOCATURA!

L’Associazione Forense Nazionale AMB sin dalla nascita ha sostenuto l’esistenza di due distinte avvocature che procedono su binari paralleli. Una minoritaria, che ha visto nella rappresentanza la maniera per innalzare sé stessa e ormai «padrona» del potere, convinta di poter dominare la stragrande maggioranza impoverita dall’avidità dei pochi pervasi dal delirio di onnipotenza. Così quei pochi si sentono i custodi e i depositari della vera avvocatura, naturalmente quella opulente e potente. Gli altri sono solo zavorra e devono pensare, comportarsi e morire quando lo dicono i castali, possibilmente senza un lamento perché l’avvocato muore, ma non si duole. Così, chi ha la pancia piena e il deretano al caldo, si sente anche in dovere di puntare l’indice contro chi è vittima di potenti senza scrupoli che vorrebbe sopprimere la concorrenza con metodi illegali e con inique norme asservite al vil soldo.
Il sodalizio AMB, del quale mi onoro di far parte attiva, ha impugnato il regolamento di continuità professionale e non ha motivo di vergognarsene – come invece vorrebbe qualcuno – perché chi deve vergognarsi è chi ha svenduto l’avvocatura per trenta denari, chi aveva il dovere di rappresentarla ed ha permesso che fosse ridotta in schiavitù, chi ha commesso atti di cannibalismo per saziarsi degli studi dei colleghi, chi mente sapendo di mentire quando assume che solo i ricchi e potenti sono colti e dunque hanno il diritto di fare gli avvocati, chi ha vilmente tradito il giuramento e la toga, chi neppure lontanamente sa cosa significhi «essere» avvocato! «Essere» Avvocato significa aver contezza dei princìpi posti alla base della professione, conoscere i fondamenti interni ed internazionali di ogni società civile che non possono prescindere dalla esistenza di una avvocatura libera ed autonoma, senza asservimenti di alcun genere. Ad maiora AMB, voce libera dell’Avvocatura.
La superfetazione normativa è stata creata da persone che ignorano ogni rudimento di diritto e da «interessati». Ciò ha portato all’attuale sfacelo. Dopo vent’anni di esperienza e dopo aver attraversato la mia Barbagia, anche nel cuore della notte, per fare il mio dovere di avvocato ho tutto il diritto di sostenere che, se in un periodo di difficoltà non avessi in cantiere cinque casi, NESSUNO ha il diritto di impedirmi di esercitare la professione. NESSUNO ha il diritto di costringere i miei pochi assistiti a scegliere un altro difensore! NESSUNO ha il diritto di pensare che non ho esperienza o che sia diventata una incapace! Perché questo è un metodo di decimazione degli avvocati che va contro tutti i princìpi fondanti della nostra professione. Se un avvocato con poche pratiche non dovesse avere capacità o professionalità per restare a galla nel mare magnum della realtà, dovrà essere il mercato a selezionarlo, ma non potrà essere espulso dai vertici forensi o da un legislatore!
Avv. Paqualina Ortu
Vicepresidente Associazione Forense Nazionale AMB